Perché il Loop Engineering "è una cagata pazzesca"
Tutti lo osannano o lo sputtanano. La verità è la terza: il concetto è vecchio di anni, e tu probabilmente lo fai già da mesi senza pagarlo a nessuno.
📌 Ho passato gli ultimi giorni a leggere tutto quello che è uscito sul “Loop Engineering”, la parola che a giugno 2026 ha invaso il mondo AI. Ho trovato Otto articoli, identici. Poi ho capito cosa stava succedendo davvero. E non è quello che pensi. Questo pezzo è una difesa del titolo più ingiusto che potessi scrivere.
Il cineforum aziendale
C’è una scena che chiunque abbia visto un film di Fantozzi conosce a memoria. Il megapresidente costringe i dipendenti a guardare “La Corazzata Potëmkin” per la novantaduesima volta. Luci spente, silenzio reverente, e il ragionier Fantozzi che, schiacciato da decenni di conformismo, si alza in piedi e urla la frase che lo ha reso immortale:
“La Corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca.”
La sala esplode. Applausi liberatori. Tutti d’accordo.
Solo che c’è un dettaglio. La Corazzata Potëmkin è un capolavoro. È nei libri di storia del cinema, la scena della scalinata di Odessa l’hanno copiata in mezzo mondo. Fantozzi non ha ragione. Ha solo dato voce a un fastidio, e quel fastidio era vero: non il film, ma l’obbligo di subirlo in adorazione forzata.
Tienilo a mente, perché il “Loop Engineering” che da settimane riempie LinkedIn, X, Gruppi Facebook, le newsletter e i thread è esattamente la mia Corazzata Potëmkin del 2026.
Sto per urlare “cagata pazzesca”.
E come Fantozzi, avrò ragione e torto allo stesso tempo. La differenza è che io ti spiego dove finisce la ragione e dove comincia il torto. Resta con me fino in fondo, perché il finale ribalta tutto.
Cosa dicono che sia
Partiamo dai fatti, senza veleno. Cos’è questo benedetto Loop Engineering.
L’idea, ridotta all’osso, è una sola: smetti di scrivere i comandi al tuo agente AI uno alla volta, e progetta il sistema che li scrive al posto tuo. Invece di stare lì a digitare “fai questo”, “ora fai quest’altro”, “controlla”, costruisci un meccanismo che gira da solo.
Decide cosa fare, lo fa, controlla il risultato, e se non va bene riprova. In loop, appunto. In cerchio, finché l’obiettivo non è raggiunto.
Il termine è esploso nella seconda settimana di giugno 2026. A farlo detonare è stato un post di Addy Osmani, un nome che nel mondo dello sviluppo conta. Secondo la ricostruzione di Tosea.ai, quel post avrebbe superato i 6,5 milioni di visualizzazioni in pochi giorni. Sei milioni e mezzo. Per un articolo su come far girare un agente AI.
La frase-manifesto, quella che gira ovunque, è di Boris Cherny, il capo di Claude Code in Anthropic. Come riportato da AlphaMatch, Cherny ha dichiarato di non scrivere più comandi a Claude a mano: ha dei loop che girano, danno istruzioni a Claude e capiscono da soli cosa fare. Il suo lavoro, dice, è scrivere quei loop.
Suona enorme, vero? Suona come il futuro. Suona come quella cosa che se non impari subito resti indietro.
Ecco. È adesso che tiro fuori il fiammifero.
Primo schiaffo: il concetto ha quattro anni
Quando una parola nuova ti fa sentire in ritardo, la prima domanda da farti è sempre la stessa: ma questa roba, sotto il nome lucido, è davvero nuova?
Quasi mai.
Il “loop” di cui parlano, quel ciclo di agisci-osserva-correggi-ripeti, non è un’invenzione del 2026. È un’idea che in informatica ha gli anni di un adolescente. Lo trovi descritto, nero su bianco, in un lavoro di ricerca del 2022 che si chiamava ReAct, dove un modello AI alternava il ragionare con l’agire.
Lo trovi l’anno dopo in un altro studio, Reflexion, dove il modello imparava a criticare i propri errori e a riprovare. La stessa Tosea.ai cita questi due lavori come radici dirette del Loop Engineering, insieme ai documenti che Anthropic pubblicava già nel 2024 e 2025.
E se vogliamo andare ancora più indietro, il principio del “fai una cosa, misura il risultato, correggi in base a quello” è la teoria del controllo a retroazione. Quella roba esiste dagli anni Cinquanta. La usa il termostato di casa tua per tenere i venti gradi.
Il termostato fa Loop Engineering da settant’anni e non ha mai chiesto un abbonamento.
Tradotto: “lavorare a obiettivi con gli agenti, lasciandoli correggere da soli” cattura già il novanta per cento di quello che ti vogliono vendere come rivoluzione. Il resto è il cappello.
C’è anche una versione artigianale e onesta di questa idea, nata mesi prima dell’hype. Come racconta la guida di Lushbinary, un programmatore di nome Geoffrey Huntley aveva descritto a inizio 2026 una tecnica che ha battezzato “Ralph”, dal personaggio scemo dei Simpson: far girare un agente dentro un ciclo banale, ripetendo lo stesso comando contro una lista di cose da fare finché non sono finite. Niente piattaforme, niente corsi. Uno script. Funzionava già.
Quindi no, il Loop Engineering non è nato a giugno. A giugno gli hanno dato un nome che fa traffico.
E qui c’è un dettaglio che da solo smonta metà della rivoluzione. Il Loop Engineering è solo l’ultimo di una fila di nomi che si sono passati il testimone in pochissimo tempo. La stessa Tosea.ai lo ammette candidamente:
prima si chiamava “prompt engineering”, l’arte di scrivere il comando perfetto.
Poi è diventato “context engineering”, cioè mettere davanti al modello i file e le informazioni giuste.
Poi “harness engineering”, costruire tutta l’impalcatura di strumenti attorno all’agente.
E adesso “loop engineering”.
Quattro nomi in pochi anni per descrivere la stessa cosa che cresce di un pezzo alla volta.
Fermati a pensarci.
Ogni sei mesi qualcuno prende lo strato successivo della stessa cipolla e lo battezza con un nome che finisce in “engineering”, così suona serio, e parte un nuovo giro di articoli, corsi e consulenze. Non è che ogni volta nasce una disciplina nuova. È che il lavoro si sposta di un gradino, e il marketing gli mette addosso un’etichetta fresca.
La parola “engineering” attaccata in fondo serve a farti sentire che c’è una competenza misteriosa da acquisire, possibilmente a pagamento.
Nella maggior parte dei casi, la competenza è il buon senso applicato a uno strumento nuovo.
Quindi no, il Loop Engineering non è nato a giugno, e non è nemmeno il primo nome che hanno dato a questa idea. È il quarto. E probabilmente non sarà l’ultimo: scommetto che entro fine anno qualcuno conierà “swarm engineering” o roba simile, e ricominciamo daccapo.
Secondo schiaffo: il circo
Qui arriva la parte che mi ha fatto incazzare davvero, e che è il vero motivo del titolo.
Per scrivere questo pezzo ho letto otto articoli sul Loop Engineering. Otto. E sai cosa ho trovato? Dicono tutti le identiche cose.
Citano tutti lo stesso post di Osmani. Usano tutti la stessa frase di Cherny. Spiegano tutti gli stessi “ingredienti del loop” con le stesse parole, a volte copiate quasi uguali.
E tutti, ma proprio tutti, finiscono nello stesso modo: con un invito a comprare qualcosa.
Uno ti dice di partire con la sua piattaforma “che ti gestisce l’infrastruttura”. Un altro ti vende un piano con accesso a tre modelli AI tutti insieme. Un terzo ti offre “consulenza esperta per architettare i tuoi loop”.
Un quarto ti spinge il suo strumento open source che taglia i costi.
Il copione è sempre quello: ti spiego la rivoluzione, ti faccio sentire indietro, ti vendo la scorciatoia.
Questo schema ha un nome, e non è “innovazione”.
È content farming.
Funziona così: qualcuno conia un’etichetta orecchiabile, la spara con un caso eclatante (sei milioni e mezzo di view), e nel giro di due settimane parte una valanga di articoli clonati, tutti ottimizzati per finire in cima a Google quando cerchi quella parola. Non stanno spiegando una tecnologia. Stanno cavalcando una keyword.
Te lo dico da uno che di parole-trappola se ne intende, perché ci scrivo sopra ogni giorno. Quando una “rivoluzione tecnica” produce in dieci giorni più articoli SEO che righe di codice nuovo, non stai guardando una rivoluzione. Stai guardando un mercato. E il prodotto sei tu, con la tua ansia di non restare indietro.
Ne ho già parlato in modo diretto quando ho raccontato come 285 miliardi di dollari sono evaporati in 48 ore: il punto non è mai lo strumento, è chi ci costruisce sopra il racconto per venderti qualcosa.
Vale per le app, vale per i loop.
Fantozzi a questo punto si alzerebbe. Cagata pazzesca.
Ma io gli metto una mano sulla spalla e gli dico: aspetta, siediti. C’è dell’altro.
Il colpo di scena: chi tiene il timer
Perché se mi fermassi qui sarei disonesto. E l’onestà, per me, non è negoziabile.
C’è un nucleo vero dentro questa faccenda. “Piccolo”, ma vero. E non è dove pensi.
La differenza reale tra il vecchio modo di lavorare con l’AI e il Loop Engineering non è concettuale. È una sola, semplicissima cosa: chi tiene in mano il cronometro.
Nel modo vecchio, quello che facciamo tutti da anni, il cronometro è in mano tua.
Scrivi un comando, leggi la risposta, scrivi il comando dopo. Turno tuo, turno suo, turno tuo. Come una partita a tennis. Sei sempre tu a muovere, a decidere quando, a controllare il risultato di ogni colpo. L’AI è uno strumento che tieni in mano.
Nel Loop Engineering il cronometro passa al sistema. Tu definisci l’obiettivo e le regole, poi lasci andare. È il meccanismo che decide quando agire, cosa controllare, se ha finito o se deve riprovare. Tu non sei più al tavolo a ogni colpo. Hai costruito il giocatore e lo guardi giocare.
Questo è un cambio reale. Non di pensiero, ma di postura. E qui sta il secondo punto onesto, quello che giustifica il “perché proprio adesso”.
Il “perché adesso” non è l’idea. L’idea, l’abbiamo detto, ha quattro anni. Il “perché adesso” è che i pezzi per costruire questi loop hanno smesso di essere roba da smanettoni e sono finiti dentro i prodotti che usi.
Fino a un anno fa, un loop voleva dire un mucchio di script che mantenevi solo tu, che capivi solo tu, e che si rompevano quando non guardavi. Oggi i mattoni arrivano già montati. Come spiega la guida di Lushbinary, le funzioni necessarie ora vivono dentro Claude Code e Codex: lavoro programmato a orari fissi, spazi di lavoro separati così che più agenti non si pestino i piedi, competenze codificate, connessioni a strumenti esterni, agenti che controllano altri agenti, e una memoria che sopravvive da una sessione all’altra. Una rassegna su Shaam.blog elenca esattamente questi sei mattoni.
Per la cronaca esistono prima di quando sono esplosi, “uso la logia dei loop” da qualche settimana, ma chiamarli loop è Marketing, far lavorare ad obiettivi il modello è operatività
Te lo dico in modo che ti suoni familiare, perché ti deve suonare familiare. Quando ho raccontato l’arrivo di Opus 4.8, ho descritto i dynamic workflows: per i problemi troppo grossi, Claude scompone il lavoro e lancia decine di piccoli aiutanti in parallelo, alcuni che risolvono e altri che provano a smontare quello che i primi hanno fatto, finché le risposte convergono. È una squadra che si fa le pulci da sola prima di portarti il risultato.
Quello è un loop. Con il verificatore dentro. L’ho scritto a maggio, e non l’ho chiamato Loop Engineering, perché non aveva ancora un cappello.
E qui voglio essere giusto fino in fondo, perché l’onestà taglia da tutte le parti. Anche le persone serie dietro questa parola lo sanno che c’è del fumo. Lo stesso Addy Osmani, quello del post da sei milioni di view, mette le mani avanti: dice di essere scettico, e che bisogna stare molto attenti.
Non è uno che ti vende la pozione magica.
È uno che ha dato un nome a una cosa reale, e poi ha guardato con un certo imbarazzo la folla che gli si è formata attorno a vendere corsi. Il problema non è quasi mai chi conia l’idea. È la fila di gente che arriva dopo e la spreme finché non resta più succo.
Quindi quando dico “cagata pazzesca” non sto sparando contro Osmani, né contro Cherny, né contro chi costruisce loop seri per lavoro.
Sto sparando contro il circo.
Contro l’ottava copia dello stesso articolo. Contro chi prende una postura di lavoro sensata e te la impacchetta come se fosse il segreto che ti cambia la vita, prezzo a fondo pagina.
La verità scomoda: tu lo fai già
Ed eccoci al punto che volevo farti arrivare dall’inizio. Il vero motivo per cui il titolo è ingiusto, e per cui ho deciso di scriverlo lo stesso.
La cagata pazzesca non è il loop. Il loop è una cosa sensata, vecchia ma sensata. La cagata pazzesca è il cappello di marketing che ci hanno messo sopra per venderti corsi, piattaforme e consulenze su una cosa che, se mi leggi da un po’, tu già possiedi.
Fermati e pensa a cosa fai davvero.
Quando ho scritto di Claude Cowork che arriva anche sul piano Pro, a gennaio 2026, ho descritto con queste esatte parole come funziona: quando gli deleghi un compito, Cowork
“opera in un loop autonomo: pianifica cosa fare, esegue, verifica il risultato, e se necessario ripianifica”.
Gennaio. Sei mesi prima che il mondo scoprisse la parola. Lo stavo già usando, lo stavo già descrivendo, e lo stavi già leggendo tu, lo stava già usando il mondo.
Ti faccio l’elenco di quello che probabilmente già fai, se sei un lettore di questa newsletter e hai messo le mani sugli strumenti di cui parlo:
Hai un agente che ti porta la rassegna stampa ogni mattina, costruita sui temi che hai scelto tu, senza che tu chieda nulla. Io ce l’ho, si chiama Kalo, ne ho parlato raccontando la nuova economia degli agenti. Quello è un loop programmato a orario fisso.
Hai impostato dei file con le tue regole, il tuo modo di lavorare, le tue preferenze, così l’AI non deve reimparare ogni volta chi sei.
Ne ho scritto spiegando perché Claude dimentica tutto e come farglielo ricordare. Quella è la memoria del loop.
Hai delegato a Cowork un lavoro lungo mentre andavi a fare altro, e sei tornato a trovare il risultato pronto. Quello è il cronometro passato al sistema.
Tre cose su cui ti stanno costruendo sopra dei video corso da 297 euro. Tu le fai già. Non perché sei un genio, ma perché gli strumenti giusti te le mettono in mano e tu hai avuto la curiosità di usarle.
Ti racconto un episodio, così non resta teoria.
L’altra settimana stavo lavorando a un servizio per un’agenzia immobiliare, di quelli con trenta ambienti da consegnare in fretta. Mentre io ero fuori a scattare il secondo appartamento, sul mio computer c’era un agente stava già rinominando e ordinando i file del primo, secondo lo schema che gli avevo insegnato mesi prima. Quando sono tornato, la cartella era pronta, etichettata, in ordine, messa nella cartella DropBox, l’e-mail era in bozza e pronta per essere inviata al cliente.
Non ho dato un solo comando quel pomeriggio. Avevo definito una volta l’obiettivo e le regole, e il sistema ha fatto il giro da solo.
Se leggo gli articoli di queste settimane, quello che ho fatto si chiama Loop Engineering ed è la frontiera del 2026. Se chiedi a me, è il martedì.
È solo il modo in cui lavoro da mesi, anzi da anni.
Ti racconto un altro loop che è nato a marzo 2016 ero ad un corso di Marketing e parlavano di automazioni, ecco da quell’anno e quel mese, ogni volta che esporto le immagini da lightroom, parte un loop che:
carica le immagini su DropBox automaticamente
parte un trig che fa (faceva) attivare Zapier che automaticamente creava l’e-mail per il cliente, già scritta con il link al suo interno, l’indirizzo giusto del cliente
nel tempo l’e-mail è passata da essere salvata in bozza, all’essere inviata (programmata) ad un determinato orario.
Quell’invio attivava un seconda trigger che segnava che l’e-mail era stata inviata
Un Loop che ha 10 anni.
Oggi ho smesso di trattare l’AI come una chat a cui chiedere e ho iniziato a trattarla come un collega a cui delegare. Ne ho scritto per esteso quando ho spiegato perché Claude Cowork è il momento in cui l’AI è diventata davvero un collega di lavoro, e il cambio di testa è tutto lì: non chiedi più, deleghi.
Ecco la verità scomoda, doppia.
Primo: il valore non è nel nome.
Secondo, e peggio per chi vende: ti stanno facendo pagare un’etichetta per una cosa che è già dentro l’abbonamento che hai.
È come se qualcuno inventasse la parola “Riscaldamento Termostatico Engineering” e ti vendesse un corso per imparare a girare la manopola che hai in corridoio da vent’anni.
Cosa farne davvero (senza comprare niente)
A questo punto la domanda giusta non è “devo imparare il Loop Engineering”. È: c’è qualcosa di concreto che posso prendere da tutta questa fuffa, senza tirare fuori la carta di credito?
Sì. Una cosa sola, e te la regalo.
Il pezzo davvero utile, quello che quasi tutti questi articoli saltano mentre ti vendono la piattaforma, è questo: in un loop, il punto debole non è il modello.
È il verificatore. Come scrive bene AI Builder Club, il modello ormai i comandi se li scrive da solo.
La competenza rara, quella che fa la differenza, è definire cosa significa “buono” e cosa significa “finito”.
Ti spiego perché è la cosa più importante con un esempio dal tuo mondo, non dal loro.
Immagina di chiedere a un assistente di sviluppare le foto di un servizio immobiliare. Se gli dici “fai le foto belle”, non saprà mai quando ha finito. “Bello” non si misura. Continuerà a girare, a rifare, a bruciare tempo e soldi, perché non ha un traguardo che può toccare.
Se invece gli dici “esporta ogni foto a 1920 pixel di lato lungo, raddrizza le verticali, e fermati”, quello è un traguardo verificabile. O è raddrizzata o non lo è. O è a 1920 o non lo è.
Il loop sa quando ha vinto, e si ferma.
Questa è la regola pratica, l’unica che ti serve davvero: un loop affidabile ha bisogno di un obiettivo che si possa controllare con un sì o un no. “Migliora il testo” è un pessimo obiettivo per un loop, perché non finisce mai. “I test passano” o “il file è esportato nel formato giusto” sono ottimi obiettivi, perché la risposta è meccanica.
E lo stesso vale quando il giudizio non è meccanico ma estetico o editoriale. Lì ti serve un secondo agente che fa solo il verificatore, con istruzioni diverse da quello che produce. Uno scrive, l’altro corregge. L’ho visto funzionare nei dynamic workflows di Claude, e l’ho visto raccontato anche nell’esperimento di Anthropic che ha lasciato un’AI gestire un negozio per un anno: la lezione vera di quel test era che in un lavoro a più agenti la separazione dei ruoli vale più della potenza del singolo modello. Uno che fa, uno che controlla. Sempre.
C’è poi un secondo regalo, ed è un avvertimento che ti fa risparmiare soldi veri. Un loop senza un traguardo chiaro non è solo inefficiente. È una voragine.
Pensa a cosa succede se lasci girare un meccanismo che non sa mai quando fermarsi: continua a lavorare, a riprovare, a chiamare il modello ancora e ancora, e ogni giro consuma. Se sei su un piano a consumo, quei giri sono soldi che escono mentre tu non guardi.
Ne ho già scritto in modo concreto quando ho spiegato perché le sessioni agentiche bruciano i crediti molto più velocemente della chat normale: un loop mal definito è esattamente il modo migliore per svuotare un abbonamento in un pomeriggio. Il traguardo verificabile non serve solo a far funzionare il loop. Serve a impedirgli di mangiarti vivo.
Ecco perché ti dico di partire piccolo. Non costruire la fabbrica di agenti autonomi al primo colpo. Prendi un compito ripetitivo che fai ogni settimana, uno solo, con un risultato che puoi controllare con un sì o un no. Una foto esportata nel formato giusto. Un report generato da una cartella di file. Una rassegna stampa sui temi che segui. Trasformalo in un piccolo loop programmato dentro lo strumento che già usi. Quello da solo ti ripaga la fatica. Poi, quando funziona e ti fidi, aggiungi un verificatore per qualcosa di più soggettivo. Un agente che ti dice se quel testo è scritto bene, se quella card social regge, se quell’immagine è coerente. Un passo alla volta. Il valore vero si prende con due loop semplici, non con un sistema gigante che non controlli più.
Tutto qui. Non ti serve un corso. Ti serve cambiare una abitudine: smettere di dare ordini vaghi e iniziare a definire il traguardo in modo che il sistema sappia da solo quando ha finito. Questo lo puoi fare oggi, dentro gli strumenti che già paghi, gratis.
Torniamo in sala
Allora, Fantozzi. Possiamo alzarci adesso?
Sì. Alzati pure e urla la tua.
“Il Loop Engineering è una cagata pazzesca.”
Hai ragione, esattamente come aveva ragione lui: non sul film, ma sull’obbligo di adorarlo. La cagata non è il loop. È il circo che ci hanno costruito attorno, l’adorazione forzata, l’ansia venduta a pacchetti, la parola nuova appiccicata su un’idea vecchia per farti sentire in ritardo su qualcosa che hai già in tasca.
Ma poi, quando le luci si riaccendono e la sala si svuota, fai la cosa che Fantozzi non fa mai. Torna a casa e guarda la Corazzata Potëmkin da solo, senza nessuno che ti dice quanto devi applaudire. Scoprirai che il film, sotto l’obbligo, era davvero buono.
Il loop, sotto il marketing, è davvero utile. Costruisci il tuo. Dagli un obiettivo che si possa controllare. Mettici un verificatore. E falla girare quella manopola, che ce l’hai già in corridoio.
Solo, per favore, non pagarla a chi te la rivende col fiocco.
E se questo modo di smontare le parole-trappola del momento ti è servito, è esattamente quello che faccio qui ogni settimana: prendere l’hype, aprirlo, e dirti cosa c’è di vero sotto e cosa puoi farne tu davvero. Iscriviti, e la prossima volta che esce la parola magica saremo già due a non cascarci.
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Perché Claude dimentica tutto, e come fare in modo che non lo faccia più
Fonti
Loop Engineering: A Complete Guide from Prompt to Harness Engineering — Tosea.ai, giugno 2026
Loop Engineering: The Quiet Revolution in How We Work with AI — AlphaMatch, giugno 2026
Loop Engineering: The Guide for AI Agents — Lushbinary, giugno 2026
Why the Best AI Agents in 2026 Are Built as Loops, Not Prompts — Shaam Blog, giugno 2026
What Is Loop Engineering? The New Meta for AI Coding Agents — MindStudio, giugno 2026









