"Si decolla controvento"
Quello che mia moglie, i miei figli e una monaca buddhista mi hanno insegnato sul vento che ti soffia in faccia quando provi a salire
📌 Questo articolo parla di me perché serve a parlare di te. Se cerchi un pezzo tecnico sull’AI, ne trovi tanti altri nel mio archivio. Qui ti racconto cosa succede quando il vento ti soffia in faccia, e perché secondo me dovresti ringraziarlo invece di odiarlo.
C’è una frase che mi è entrata in testa e non se ne è più andata. La diceva il padre di Cristina Scocchia, oggi amministratrice delegata di Illy, quando lei era ancora bambina. Era professore di educazione tecnica.
Si decolla solo controvento.
L’ho letta qualche giorno fa nell’articolo di Marianna Santoni sul suo Substack, un pezzo che parla di una monaca buddhista, di gelato, di aerei e di cosa significa scegliere la fatica giusta. Ti consiglio di leggerlo prima o dopo questo articolo, perché il mio nasce da lì. Marianna Santoni spiega anche, con una precisione che a un fotografo che ama la fisica come me ha fatto sorridere, che gli aerei in realtà non decollano contro il vento. Decollano grazie al vento frontale. È l’aria che scorre veloce sulle ali a generare la portanza, la forza che solleva tonnellate di metallo da terra.
Quella frase mi ha messo in moto qualcosa. Perché era la versione adulta, professionale, di una cosa che con mia moglie Elisa ci ripetiamo da quando è nata la nostra famiglia, prima che nascessero i nostri figli.
Ti porto in tre posti, in quest’ordine: prima a casa mia, poi nel mio studio, poi al corso di dicembre 2025 dove mi sono messo a piangere davanti a quaranta persone. Se rimani fino alla fine, capirai perché.
Marianna, anima affine
Prima però lasciami fare una premessa, perché senza questa premessa l’articolo che stai leggendo non sarebbe mai stato scritto.
Marianna l’ho conosciuta il 19 gennaio 2014. Avevo aperto la partita IVA da fotografo dodici giorni prima, il 7 gennaio. Tenevo ancora il piede caldo nel mio vecchio lavoro da dipendente, quello che mi aveva accompagnato per oltre vent’anni tra ruoli che oggi sembrano un curriculum di tre persone diverse. Project manager. Disegnatore meccanico. Operaio specializzato. Idraulico. E poi quasi due decenni dentro un’azienda che cavalcava l’onda di internet quando internet era ancora un’onda, non un oceano.
Quel giorno di gennaio del 2014 sono entrato in aula al mio primo corso di Photoshop con Marianna. Mi sono seduto, ho aperto il quaderno, e ho capito che qualcosa stava per cambiare. Non sapevo ancora cosa.
Negli anni successivi ho fatto tutti i corsi che aveva a calendario, di qualsiasi tipo (anche corsi di fotografia New Born) credo che le contaminazioni siano l’essenza del sapere. Nel luglio del 2017 sono entrato nel suo team in aula. Oggi Marianna non è una collega. Non è una maestra. Non è nemmeno solo un’amica.
Marianna è un’anima affine, una di quelle persone che incontri tre volte nella vita se sei fortunato, e che riconosci subito anche se non sai spiegare perché.
Quando lei scrive qualcosa che mi colpisce, io non lo leggo. Lo respiro. E questa frase sul vento, mi è entrata dentro nello stesso modo in cui mi entra il primo caffè della mattina. Subito. (Per me il caffè è una filosofia di vita)
Le due regole solide di casa Cazzaniga
Mi moglie ha il mio stesso cognome, non il mio, ma il suo che è uguale al mio.
In casa nostra ci sono due tipi di regole.
Ci sono le regole fluide, quelle che danno indicazioni di massima. Indicazioni per provare a trasmettere educazione, rispetto, attenzione. Si piegano, si adattano, si discutono. A volte si rinegoziano davanti a un piatto di pasta o sul divano la domenica sera.
E poi ci sono le regole solide. Quelle che accompagnano ogni giorno la quotidianità, che non si discutono, che sono caposaldi. Non sono dogmi religiosi, sono fondamenta. Tolto uno di quei mattoni, la casa si muove.
Oggi voglio raccontartene due. Sono i due caposaldi più importanti per noi.
Regola solida numero uno: in casa c’è l’obbligo di fare sport
L’obbligo. Non è un’opzione, non è un consiglio, non è una proposta. In casa Cazzaniga si fa sport.
Punto.
Anna fa ginnastica artistica. Francesco gioca a calcio. Hanno scelto loro, e questo è importante. Possono smettere di fare ginnastica artistica o di giocare a calcio quando vogliono, possono cambiare disciplina, possono provare il basket o la pallavolo o l’arrampicata. Quello che non possono fare è smettere di fare sport.
Perché?
Perché trovo, troviamo (io ed Elisa) che lo sport sia, oggi, l’unica cosa che insegna davvero cosa significa faticare. E cosa significa migliorare.
Pensa per un secondo a com’è strutturato un allenamento. Provi, sbagli, riprovi. Migliori un pezzettino, sbagli ancora, riprovi. Cadi, ti rialzi, ricadi, ti rialzi di nuovo. La fatica è fisica e mentale insieme, perché il corpo deve resistere e la testa deve dire al corpo “continua, non mollare adesso”. Lo sport è una palestra in cui impari, con il corpo prima che con la testa, che dopo l’errore c’è il miglioramento, e che dopo il miglioramento c’è un altro errore, e che dopo quell’errore c’è un miglioramento ancora più grande.
Ma c’è di più. Viviamo in un mondo che fa di tutto per togliere la fatica.
Alexa accende e spegne le luci. Alza e abbassa le tapparelle. Cambia canale alla TV. Ti ordina la spesa se glielo chiedi. Le macchine ormai si guidano quasi da sole, e quelle che si guidano del tutto da sole esistono già. Hai i finestrini elettrici, le porte che si aprono con un sensore, il robot che lava il pavimento, la lavastoviglie che ti carichi tu ma che lava da sola.
Sono tutte piccole comodità che, sommate, ti tolgono ogni resistenza dalla giornata. E quando nella giornata non c’è più resistenza, smetti di allenarti senza accorgertene. La capacità di fare fatica si atrofizza come un muscolo che non usi più.
Io ed Elisa siamo arrivati alla stessa conclusione per strade diverse. La sua strada è quella del pilates, della disciplina interiore, della costanza silenziosa. La mia è quella del CrossFit, della corsa dove ho macinato per anni allenamenti che mi hanno insegnato sul mio corpo cose che nessun libro mi avrebbe mai detto. Ma il punto a cui siamo arrivati è lo stesso: fare fatica è utile, fondamentale, non sostituibile.
E se è vero per noi adulti, è vero a maggior ragione per i ragazzi, per i bambini.
Non puoi insegnare la fatica a parole. La impari sulla pelle, oppure non la impari.
Regola solida numero due: non si va mai a letto arrabbiati
Questo è un patto che io ed Elisa ci siamo fatti quando ci siamo conosciuti, prima ancora di sposarci. È diventato un caposaldo della famiglia.
Non si va a letto arrabbiati. Non è bello, non è giusto, è destabilizzante. Logora. È stressante. In una vita piena di piccole e grandi preoccupazioni, ti farai del male da solo se ti porti il rancore sotto le coperte.
Sarò onesto. È una regola che ho cercato di rispettare sempre, ma sono umano anche io. È capitato qualche volta di andare a letto con qualcosa di non risolto. Non me lo ricordo nemmeno, e questo è il punto. Quello che ricordo è la regola, non le eccezioni. Perché la regola è quella che ti guida, le eccezioni sono il rumore di fondo.
Cosa significa, in pratica? Significa che se litighiamo a cena, prima che chiudiamo gli occhi quella sera ci siamo parlati. Non necessariamente abbiamo risolto, ma abbiamo riaperto il canale. Significa che il conflitto va attraversato, non evitato. Non si scappa di sopra, non si fa finta di niente, non si lascia il problema a marcire in salotto come se sparisse da solo. Si affronta.
Anche stanchi, anche tardi, anche male.
È un’altra forma di fatica. La fatica emotiva di non scappare dal conflitto. La fatica di restare nella stanza quando vorresti uscire. La fatica di dire scusami quando l’orgoglio ti tira dalla parte opposta.
Cosa hanno in comune queste due regole
Le due regole solide di casa nostra sono entrambe palestre della fatica giusta. Quella che Marianna distingue nel suo articolo dalla fatica inutile.
La fatica inutile è quella che provi quando giri a vuoto nella ruota del criceto. Quando il cliente svilisce il tuo lavoro. Quando spendi energie su cose che non ti portano da nessuna parte. Quella ti consuma e basta.
La fatica giusta è un’altra cosa. È quella dello sport, quando ti misuri con qualcosa di difficile e dopo sei più forte. È quella del conflitto attraversato, quando attraversi un disagio per arrivare a una cosa più solida dall’altra parte. È la fatica che ti dà portanza.
Io ed Elisa, senza saperlo, abbiamo deciso di allenare Anna e Francesco al controvento prima ancora che il vento iniziasse a soffiargli in faccia. Perché il vento prima o poi arriva, per tutti. E quando arriva, vuoi essere preparato, non sorpreso.
Il mio controvento adulto
Adesso ti porto fuori da casa mia e ti porto nel mio studio.
Nel 2020 ho iniziato a guardare l’AI con interesse documentale. Leggevo, studiavo, osservavo. Era una cosa che mi affascinava da lontano, ma che non era ancora alla portata di tutti. Era un treno che potevo vedere passare, ma sul quale non potevo ancora salire.
Nel 2022 sono salito. Ho iniziato a usare DALL-E, il primo modello di generazione di immagini che mi è capitato sotto le dita. Era goffo, era impreciso, faceva mani con sei dita e occhi storti, ma per chi sapeva guardare era già evidente che lì sotto c’era qualcosa di grosso. Ne ho scritto allora sul mio sito personale, un pezzo del 2022 che oggi rileggo con la stessa tenerezza con cui rileggi le lettere di scuola. Sapevo poco, ma sapevo dove guardare.
Da quel momento, dal 2022 in avanti, ogni volta che ho scritto qualcosa sull’AI, ogni volta che ne ho parlato sui social o nei gruppi di fotografi, ho visto succedere una cosa precisa. Le persone, non tutte ma molte, mi guardavano strano. Mi guardavano come si guarda quello che ha appena detto una cosa fuori posto.
In quegli anni ho ricevuto insulti. Qualcuno lo riceve ancora oggi, anzi, lo ricevo ancora oggi. Solo per il fatto di usare uno strumento. Ho avuto discussioni più o meno calde, alcune costruttive, altre no. Tutte cose che ci stanno se avvengono senza giudizio sulla persona.
Perché vedi, c’è una differenza enorme tra “stai sbagliando” e “sei sbagliato”. La prima è una critica al comportamento, e la critica è sana, è ossigeno, è quello che ti fa crescere se hai il coraggio di ascoltarla. La seconda è un attacco all’identità, e l’attacco all’identità è veleno. Non serve a niente, non costruisce niente, esiste solo per fare male.
Io sono io. Ho dei valori, dei principi, un’anima, dei sentimenti. Esattamente come il mio interlocutore, al quale non direi mai sei un pirla, sei patetico, sei subumano. Non lo direi nemmeno se la pensasse all’opposto di me, anche se quello che dice mi fa arrabbiare. Non perché sono buono. Perché ho rispetto. E perché so che dietro qualsiasi schermo c’è una persona con un’anima sua.
Pochi giorni fa, su Instagram, qualcuno ha pensato bene di scrivermi questo (uno dei tanti commenti che ricevo):
“@lucacazzaniga_ chiamarti patetico sarebbe un complimento, subumano.”
Patetico. Subumano. Le parole non le scelgo io, le ha scelte lui. Le ho viste sullo schermo del telefono mentre stavo facendo colazione. Le ho rilette due volte per essere sicuro di aver capito.
E sai cosa ho pensato?
Ho pensato che sta soffiando.
La maschera d’ossigeno
Avrei potuto, in questi anni, sentirmi inadeguato. Sentirmi fuori posto, sentirmi sbagliato. Sarebbe stato umano.
Quando qualcuno ti dice in faccia che sei patetico, qualcosa dentro si muove, anche se sei sicuro di te.
Ma non mi sono mai sentito inadeguato. Chi mi conosce sa perché.
Il motivo te lo spiego con un’immagine che ti è familiare se hai mai preso un aereo. Prima del decollo, l’assistente di volo recita quel monologo che tutti conosciamo. Sulla pressurizzazione, sulle uscite di sicurezza, sui giubbotti di salvataggio. E poi arriva il pezzo della maschera d’ossigeno.
In caso di depressurizzazione, le maschere scenderanno automaticamente dal soffitto. Mettete prima la vostra maschera, e solo dopo aiutate i bambini, le persone anziane, i passeggeri vicino a voi.
Quella frase è una delle cose più sagge che si dicono in pubblico nel mondo occidentale, e nessuno le presta attenzione perché sembra ovvia. Non lo è.
Dice una cosa precisa: se non ti salvi tu, non salvi nessuno. Se metti la maschera prima a tuo figlio, hai dieci secondi di lucidità, poi svieni, poi tuo figlio resta solo a metà, e siete morti tutti e due. Se metti la maschera prima a te, hai aria, hai lucidità, e puoi salvare tre persone invece di una.
Tradotto fuori dall’aereo: se non ti ami, non puoi dare amore. Se non ti rispetti, non puoi rispettare nessuno. Se non ti riconosci, non puoi riconoscere nessun altro.
Non è narcisismo. Il narcisismo è un’altra cosa, è il bisogno costante di conferme da fuori, è il vuoto interno che cerca tappi esterni.
L’amore per sé è il contrario. È la base solida su cui poggiano i piedi quando il vento soffia forte.
Io mi amo. Lo dico senza vergogna, senza ironia, senza la falsa modestia che ci hanno insegnato.
Conosco i miei limiti, conosco i miei difetti, conosco le cose che ho sbagliato e quelle che sbaglierò ancora. Ma so anche chi sono, e so che chi sono ha un valore. Non un valore in confronto a qualcun altro, un valore proprio.
E quando qualcuno mi scrive subumano su Instagram, quella parola non entra. Rimbalza. Non perché io sia di pietra, ma perché ho la maschera. Ho l’ossigeno. Posso respirare anche quando l’aria intorno si fa rarefatta.
Questo, secondo me, è il primo allenamento che dovresti fare se vuoi salire. Prima ancora dei prompt, dei tool, dei workflow. Prima ancora delle competenze tecniche. Imparare a metterti la maschera. A volerti bene. A non delegare a chi ti insulta il diritto di dirti chi sei.
Perché se quel diritto lo deleghi, hai già perso. E nessuna competenza tecnica ti salverà.
Le lacrime di dicembre 2025
Adesso ti porto nel terzo posto. Dicembre 2025. Milano. Aula del primo corso di AI per immagini professionali che ho tenuto insieme a Marianna.
Era il secondo giorno. Era la mattina presto. Avevo bevuto un caffè, avevo parlato con i partecipanti al corso, persone meravigliose persone che hanno voglia di imparare.
Sono andato dietro la scrivania.
Davanti a me c’erano persone vere. Fotografi. Alcuni li conoscevo, altri li avevo incontrati il giorno prima per la prima volta. Avevano pagato per essere lì. Avevano preso un treno o un aereo o avevano guidato per arrivare a Milano. Avevano lasciato a casa famiglie, lavori, impegni. Per ascoltare me e Marianna parlare di AI applicata alla fotografia, alle immagini.
Le giornate iniziano sempre con ascoltare i partecipanti, mi è stata fatta una domanda (non ricordo cosa mi hanno chiesto, ma ricordo bene chi me l’ha chiesto) Julia, brillante sempre con toni e modi carini, sempre pronta a cercare aspetti “paralleli” ad un argomento.
Mentre parlavo, all’improvviso, ho sentito qualcosa salire dal petto verso la gola, e poi verso gli occhi. Non l’ho previsto. Non l’ho cercato. È arrivato.
Mi sono fermato per un secondo, ho preso fiato, e mi sono accorto che stavo piangendo.
Non erano lacrime di dolore. Non erano lacrime di stanchezza. Erano lacrime di un’altra natura, una natura che fino a quel momento non avevo mai sperimentato in pubblico.
Erano lacrime di libertà.
Ti spiego cosa ha significato, cosa significa.
Per anni avevo parlato di AI, sui social, con altre persone, in altri corsi di Marianna dove le persone erano venute per imparare photoshop, dicevo (anni prima del Boom) un fotografo, secondo me dovrebbe appoggiarci la testa da ora.
Per anni avevo ricevuto in cambio occhiate strane, alcuni commenti acidi, qualche insulto da social, qualche discussione che finiva male partendo dai commenti dei mei post, arrivando nei DM dei miei canali social.
Avevo continuato lo stesso, perché credo in quello che faccio, ma ogni volta che parlavo di AI mi accorgevo di avere una piccola tensione di fondo. Una difesa preventiva. Un adesso arrivano.
Quella mattina in aula, davanti a quaranta persone che mi guardavano con interesse vero, con curiosità, con voglia di capire, mi sono accorto che la tensione non c’era più. Che lì dentro potevo parlare senza dovermi difendere. Potevo essere entusiasta senza dovermi giustificare. Potevo raccontare quello che l’AI generativa mi ha dato senza dovermi scusare per averlo ricevuto.
Ero libero.
E quella libertà mi è arrivata addosso così forte che mi sono commosso. Davanti a Marianna che mi guardava da un lato della stanza con quel suo sguardo che dice senza parlare ti capisco, vai avanti, sono qui. Davanti a persone che non conoscevo ma che in quel momento erano li...
Le lacrime sono durate “venti” secondi. Poi ho ripreso a parlare. Ma quei “venti secondi” sono il regalo più bello che mi ha fatto questo lavoro negli ultimi anni.
Quando hai passato anni controvento, e poi a un certo punto senti l’aria sotto le ali invece che contro la faccia, ti viene da piangere.
Per riconoscenza.
Si decolla controvento
Ho scritto tutto questo per dirti una cosa sola.
Ci saranno momenti, e per molti di voi ci sono già stati, in cui qualcuno proverà a farvi sentire inadeguati.
Vi diranno che state sbagliando qualcosa, e fin lì va bene, ascolta, valuta, eventualmente correggi. Ma vi diranno anche, alcuni, che voi siete sbagliati. Che il vostro modo di pensare è sbagliato. Che la vostra scelta professionale è patetica. Che voi, come persone, valete meno di chi non fa quello che state facendo.
È un modo marcio di parlare.
Marianna parla nel suo articolo del vento di chi sta davvero decollando, e dice che chi compra la promessa della scorciatoia crede di volare perché vede passare aria intorno a sé, ma è solo il vento di chi sta davvero decollando. La tentazione è di leggere quella frase come un attacco a chi cerca scorciatoie, ma a me ha colpito per un altro motivo. Mi ha fatto pensare a chi insulta. Chi insulta lo fa perché sente passare aria intorno, e quell’aria gli dà fastidio.
Non sta volando, non vuole volare, ma non sopporta che tu lo stia facendo.
Quel vento che ti soffia in faccia non è un ostacolo. È la condizione che ti permette di salire.
Lo dice la fisica, prima di qualsiasi metafora. Le piste degli aeroporti sono orientate secondo i venti dominanti perché un aereo che decolla con il vento alle spalle ha bisogno di più pista, più velocità, più carburante. È pericoloso, non è efficiente. Quello che istintivamente sembrerebbe un aiuto, in realtà ti rallenta. Quello che istintivamente sembra contrario, ti solleva.
Per me l’AI è stata il vento contrario. Per i miei figli sarà qualcos’altro, una tecnologia, un cambiamento sociale, una scelta professionale fuori dal coro, non lo so e non posso saperlo. Ne ho già parlato qui, di cosa significa essere genitore di Gen Z nel 2026. Quello che so è che voglio che siano allenati a riconoscere il vento giusto quando lo sentiranno.
Per questo c’è l’obbligo dello sport. Perché impari nello sport, prima che nella vita, che la fatica fisica e mentale non sono il nemico. Sono il mestiere.
Per questo non si va mai a letto arrabbiati. Perché impari nella famiglia, prima che fuori, che il conflitto attraversato vale dieci volte un conflitto evitato. Che restare nella stanza quando vorresti uscire è la differenza tra una relazione che cresce e una che si ammala.
E per questo ti scrivo oggi, anche se sai già tutto questo, anche se non sei un fotografo, anche se non usi l’AI. Perché probabilmente, in qualche angolo della tua vita, c’è un vento che ti soffia in faccia e tu stai pensando che è un problema.
Non è un problema. È la portanza.
Cosa puoi fare adesso
Tre cose concrete, una alla volta.
La prima, quando qualcuno prova a dirti che sei sbagliato, fermati un secondo prima di rispondere. Distingui se ti sta criticando una “procedura”, che è ossigeno, o se ti sta attaccando come persona, che è veleno. Per il primo, ascolta. Per il secondo, blocca o ignora. La tua maschera d’ossigeno è non-negoziabile.
La seconda, identifica la tua fatica giusta in questo momento. Non quella inutile della ruota del criceto, quella che ti fa girare senza salire. Quella che ti costa, ma quando arrivi dall’altra parte ti senti più solido. Se non riesci a identificarla, è probabile che tu stia spendendo tutte le energie su quella inutile. Cambia direzione.
La terza, se hai bambini in casa, qualsiasi età, dagli almeno una fatica solida. Sport, musica, una lingua, qualcosa che non possano abbandonare quando diventa difficile, ma che possano scegliere e cambiare quando vogliono. Stai dando loro le ali, non la pista d’atterraggio.
Adesso, se vuoi, leggi anche l’articolo di Marianna. Il suo è scritto diversamente dal mio, ma insieme, secondo me, raccontano la stessa cosa da due angoli diversi.
E se il vento ti sta soffiando in faccia mentre leggi queste righe, non ti sto dicendo di goderne. Ti sto dicendo che ti sta sollevando.
Aria sotto le ali.
L.
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Fonti
Quello che una monaca buddhista mi ha insegnato sul mio mestiere — Marianna Santoni, Substack, maggio 2026. L’articolo che ha innescato questo pezzo.
DALL-E, l’intelligenza artificiale che genera immagini da una descrizione — Il mio primo articolo sull’AI generativa, pubblicato nel 2022.
Cristina Scocchia, profilo completo — Wikipedia, gennaio 2026.
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Grazie, bello davvero, le parole sono come "fotografate" sulla pagina, con la giusta messa a fuoco e tutto il resto...
DUE OSSERVAZIONI : se desidera completare la conoscenza della CEO Scrocchia può farlo guadando/ascoltando la sua intervista QUI --> https://youtu.be/S3Apl0gDyhE?si=OfIHxAG_afKIvK0_ Per quanto riguarda il non andare a letto arrabbiati era esattamente quello che disse Papa Francesco in un'Udienza Generale del 2021 "E’ importante non andare mai a letto senza aver fatto la pace. La ‘guerra fredda’ del giorno dopo è pericolosissima”.....