Ho dato a Claude accesso completo a tutto quello che so
1028 pagine, e il motivo per cui fino al 2 agosto non potevo farlo come volevo
📌 Questo pezzo nasce da un post che ho letto per caso e da un comando lanciato per curiosità. Il 2 agosto ho passato la giornata a spostare muri dentro il mio sistema invece che ad aggiungerci roba, e alla fine ho potuto fare la cosa che rimandavo da mesi.
L’8 luglio Boris Cherny, che di Claude Code è il creatore, ha scritto su X una riga che sembrava manutenzione ordinaria: c’è un comando nuovo, si chiama /checkup, ed è il vecchio /doctor rifatto.
Sette cose che sa fare, elencate senza enfasi, con la promessa che prima di toccare qualsiasi cosa ti chiede il permesso.
L’ho letto e ho pensato: bello, prima o poi lo devo provare!
Il prima o poi è arrivato il 2 agosto, tarda mattina, “giornata fresca”, ha da poco piovuto è domenica tutto ha un suono diverso.
E la giornata che ne è uscita non è finita con un sistema più pulito. È finita con la Biblioteca, cioè tutto quello che so messo in ordine, aperta per intero a Claude.ai. Non un pezzo, non in sola lettura, non con le riserve mentali. Tutta.
Sui miei Mac, dentro Claude Code, la Biblioteca era già raggiungibile da mesi. Il punto è che i Mac stanno su una scrivania in Brianza, e io no.
Per arrivarci ho dovuto chiudere ogni altra porta della casa. Ed è di questo che ti voglio parlare.
Cosa fa davvero un comando che si chiama dottore
/doctor lo rilascia Anthropic, sta dentro Claude Code, e fino a poco tempo fa era un termometro: lo usavi quando qualcosa già faceva male. Non parte, non si connette, la ricerca non trova i file. Lanciavi il comando, lui ti diceva dove aveva guardato.
Dall’8 luglio fa un’altra cosa. Nella versione 2.1.205 è diventato un check-up completo, che non si limita a diagnosticare ma propone anche le correzioni, e /checkup è il suo secondo nome. Non guarda il lavoro. Guarda l’attrezzatura: com’è messa la cassetta degli attrezzi prima ancora che tu apra il cantiere.
I punti del post di Cherny dicevano più o meno:
le estensioni installate e mai usate nemmeno una volta, che però pesano lo stesso, perché l’assistente deve comunque sapere che esistono prima di potermi rispondere qualunque cosa;
i file di istruzioni duplicati in due posti diversi, quelli che prima o poi si contraddicono e tu non sai quale dei due ha vinto;
il file di istruzioni principale diventato troppo grosso, da spezzare; i controlli automatici lenti che rallentano ogni operazione;
le versioni vecchie rimaste indietro;
infine i permessi, quelli che ti fa riconfermare ogni volta, uno per uno, perché nessuno li ha mai messi per iscritto una volta sola.
In mezzo minuto avevo il referto.
Niente di rotto. Tutto funzionante.
E qui casca il castello, perché il guaio grosso di ieri non era nessuna delle voci del referto. Era quella che /doctor non può vedere, e per raccontartela devo prima farti entrare in una stanza.
La Biblioteca
Il 3 aprile 2026 Andrej Karpathy ha scritto che stava usando i modelli per costruirsi basi di conoscenza personali invece che per scrivere codice. Il giorno dopo ha pubblicato un file di istruzioni su GitHub che spiegava il metodo: non caricare documenti e farli ripescare a ogni domanda, ma far compilare al modello un wiki di file markdown collegati fra loro, che cresce e resta aggiornato. La differenza sta tutta in una parola: accumulo. Con il metodo classico il modello riscopre le stesse cose da capo ogni volta. Con il wiki le impara una volta e le tiene.
Il 25 aprile ho aperto il mio.
Oggi si chiama la Biblioteca e ha 1028 pagine. Dentro ci sono tutti i miei articoli, cioè tutto quello che ho pubblicato su Substack e su WordPress dal primo pezzo a ieri. Poi tutte schede sulle skill che uso, quelle sulla fotografia, dai casi studio immobiliari al virtual staging, quello che uso e ho imparato sui modelli e sui software, 22 sui pattern di lavoro con gli agenti, tutto le presentazioni sui corsi e sul materiale didattico con Marianna Santoni, concetti, su quello che le persone che mi hanno insegnato qualcosa, da Weston a Karpathy, e tutto quello che ho sviluppato sui metodi, SCHEMA e FIGURA compresi.
Ma l’indice non è la cosa interessante.
La cosa interessante è che ogni pagina dichiara da dove viene. Ha una data di nascita, una data di ultimo aggiornamento e una data dell’esame di uscita, che è il giorno in cui qualcuno deve rileggerla e decidere se è invecchiata bene. Una scheda su un modello AI scade dopo sei mesi. Una su un metodo dopo un anno. Un articolo pubblicato non scade mai, perché è archivio e l’archivio non si scarta. Su questo ho copiato da chi lo fa da un secolo: le biblioteche vere hanno un metodo di potatura continua, e senza quello un archivio diventa un magazzino.
Nella casa dei miei agenti, che al 2 agosto sono 61, la Biblioteca ha tre mansioni distinte. Il catalogatore sistema quello che arriva. Il bibliotecario decide cosa merita di restare. Il revisore toglie quello che è invecchiato male.
E dentro c’è l’unica cosa che non è uguale a quella di nessun altro: cosa ho letto, cosa ho provato, cosa ha funzionato con quel cliente e cosa è stato un disastro con quell’altro, con le date e le casistiche, tutto Anonimizzato pre-caricamento.
Una porta sola, e dietro c’era tutto
Da più di un anno tengo un servizio che chiamo l’hub, esposto su un mio Server personale.
È il magazzino attrezzi. Ci passa il ritocco delle foto, la pubblicazione sui social, la banca dati del tennis per l’altro progetto, i servizi Google, WordPress. E ci passava anche la Biblioteca.
129 strumenti. Tutti dietro la stessa porta. Tutti aperti dalla stessa chiave.
La cosa aveva un vantaggio evidente e me la sono goduta per mesi: una configurazione sola, un indirizzo solo, una credenziale sola da ricordare. Quando ho raccontato le 111 automazioni cercate da cinque agenti, quella semplicità era esattamente ciò che permetteva a cinque modelli diversi di lavorare sullo stesso materiale senza che io perdessi mezza giornata a collegare tubi.
Il primo problema l’ho visto presto, e conta poco:
ogni strumento pesa anche quando non serve. Se in una conversazione devo solo cercare una cosa nella Biblioteca, l’assistente si porta comunque addosso la descrizione di come si pubblica un post su Instagram e di come si interroga la classifica ATP. È come entrare in cucina per prendere un bicchiere d’acqua avendo in tasca l’inventario di tutta la casa. Fastidioso, non grave. (Token occupati, senza reale motivo)
Il secondo no.
Una porta sola vuol dire che chi entra entra dappertutto. Non esisteva, dentro quella struttura, alcun modo di dire una frase semplice come “questo può leggere la Biblioteca ma non toccare la parte che gestisce i social”. Non perché mi fossi dimenticato di scriverla: proprio perché non c’era il posto dove scriverla. La chiave apriva il portone, dietro il portone c’era il corridoio, e sul corridoio davano tutte le stanze, una accanto all’altra, senza nemmeno un chiavistello di cortesia a separare la camera da letto dal ripostiglio delle scope.
Ecco perché per mesi ho tenuto la Biblioteca mezza chiusa. Non per prudenza teorica. Perché aprirla a Claude.ai significava aprire anche gli account social, il sito, il ritocco e Google, e quella frase lì non me la sentivo di firmare.
Ho cominciato con una divisione grossolana, per profili. Uno studio con 66 strumenti, uno social con 42, uno tennis con 9, uno google con 12. Somma: 129, gli stessi di prima. Quella prima mossa alleggeriva la stanza senza spostare un solo muro. La chiave restava una.
Il passo vero è arrivato dopo.
Otto strumenti
La Biblioteca è diventata un servizio suo, su un indirizzo suo: Indirizzo dedicato strumenti dedicati, connettore dedicato.Con 8 strumenti al posto di 129.
Otto contro centoventinove è la parte che si racconta in un secondo, e quella che conta viene subito dopo: adesso la Biblioteca ha una porta sua, che dà sulla strada invece che sul corridoio interno, con la sua serratura, il suo indirizzo e il suo campanello. Chi entra in Biblioteca è in Biblioteca. Da lì non arriva da nessun’altra parte, neanche sbagliando corridoio, neanche volendo.
Ed è la ragione per cui adesso posso darla tutta.
C’è dell’altro. Fino al 2 agosto l’assistente la Biblioteca poteva solo consultarla: leggere, cercare, citare. Adesso può anche conferire. Quello che trova durante il lavoro finisce in un’area di “deposito” che ho chiamato le acquisizioni, che è un tavolo all’ingresso e non uno scaffale. Ci si appoggia sopra roba che sembra buona, con la data e la provenienza, e lì resta finché qualcuno non la guarda.
Per mettere mano agli scaffali veri, quelli con la conoscenza già validata, il meccanismo cambia del tutto.
L’assistente non scrive da solo. Apre una proposta, la proposta arriva a me, io approvo o cestino.
Due velocità dentro lo stesso edificio: depositare è libero e costa zero attrito, modificare ciò che è consolidato chiede una firma. Chi ha lavorato in un archivio vero sa che è esattamente così che funziona, e non per burocrazia: perché il tavolo all’ingresso può stare disordinato per una settimana senza che succeda niente, mentre uno scaffale sbagliato ti avvelena tutte le ricerche future senza dirti da dove viene l’errore.
La prima cosa che ci è finita sopra, la sera stessa, è stata la specifica che sto per citarti più avanti. L’agente stava leggendo tutt’altro, ci è inciampato, l’ha depositata con la data e il link. Non l’ha catalogata, non l’ha collegata a niente, non ha deciso che fosse importante. L’ha appoggiata sul tavolo. Il giorno dopo l’ho guardata io e ho detto di sì.
Questa differenza qui, fra appoggiare e sistemare, è quella che per mesi non sono riuscito a spiegare bene nemmeno a me stesso. Un assistente che non può depositare niente ti costringe a fare il travaso a mano ogni volta, e allora smetti di farlo e la conoscenza resta nelle chat, che è il posto peggiore dove possa stare.
Un assistente che scrive dove vuole ti riempie gli scaffali di roba plausibile, e la roba plausibile è più difficile da togliere della roba sbagliata, perché non fa rumore. Il tavolo all’ingresso risolve tutti e due i casi con un mobile, che è quanto di più stupido si possa immaginare come soluzione, e per questo funziona.
Claude Code sta sul Mac, io no
Qui devo dirti una cosa che ho tenuto per me fino adesso, perché rischiava di far sembrare tutto questo lavoro meno urgente di quanto fosse.
Claude Code, sul mio computer, la Biblioteca ce l’aveva già. Da mesi.
Poteva cercarci dentro, citarla, incrociarla con quello che stavo scrivendo. Quindi in teoria il problema era risolto, e in pratica era risolto solo dentro una stanza di casa mia, davanti a uno schermo, con le mani sulla tastiera.
Il lavoro mio non succede lì.
Succede in un appartamento vuoto ad Albiate con il 16-35 sul cavalletto, quando il proprietario dice una frase che vale un appunto e io ho in mano una macchina fotografica.
Succede in macchina dopo una call con Marianna Santoni , quando mi torna in mente che una cosa simile l’avevo già scritta due anni fa e non ricordo dove. Succede la domenica sera sul divano, quando leggo qualcosa che merita di finire da qualche parte che non sia una chat destinata a sparire.
In tutti questi momenti ho in mano un telefono, e sul telefono c’è Claude.ai.
Una nota, fino ad oggi qualcosa di simile potevo farlo con un Bot telegram, ma non è la stessa cosa, ci sono diversi motivi, tecnici, pratici e anche di infrastruttura che mi hanno portato a questa soluzione.
Ecco cosa cambia adesso.
Dall’app posso conferire: leggo una cosa, la deposito sul tavolo delle acquisizioni con la data e il link, e la sera è lì che aspetta. Posso chiedere e ricevere risposte che pescano dentro tutti gli articoli scritti da me, dentro anni di appunti, dentro le casistiche che ho riscontrato in tutti questi anni, dentro i metodi che ho messo per iscritto proprio per non doverli ricostruire ogni volta a memoria.
Non “cosa ne pensi di X”. Ma cosa ho scritto io su X, quando, e cosa avevo concluso.
E vale su tutti e tre i fronti che tengo separati nella testa ma non nella vita.
Il fotografico: cosa ha funzionato in quell’immobile, quale preset, quale luce, quale errore.
L’aziendale: come avevo gestito quel problema quando è nato, come imposto i preventivi, quali condizioni non devono mai mancare, quando ho cambiato l’ultima volta le note legali? e quelle monetarie?
Il personale: le cose che ho pensato e messo per iscritto, che sono la parte che invecchia meglio di tutte e che rileggo una volta l’anno.
Un assistente che conosce tutto questo non risponde meglio perché è più intelligente. Risponde meglio perché sa di chi sta parlando.
La portineria
Fino a quel giorno ogni servizio faceva anche il portiere.
Controllava i documenti per conto suo, con le regole scritte in quel punto del codice e in nessun altro posto, e ogni copia di quelle regole era leggermente diversa dalle altre. Non per sciatteria: per stratificazione. Le scrivi a marzo per un servizio, ad aprile ne fai un altro e le riscrivi a memoria, a giugno correggi un caso limite solo dove ti è capitato.
Dopo sei mesi hai tre portieri che si comportano in tre modi e nessuno che sappia dirti qual è quello giusto.
Adesso c’è un servizio dedicato che non fa altro: Emette i tesserini, e basta. Gli altri servizi hanno smesso di controllare i documenti e si limitano a fare una domanda sola: questo tesserino è buono?
Il meccanismo è quello che usi tu ogni volta che su un sito nuovo clicchi “accedi con Google”.
Il sito la tua password non la conosce, e soprattutto non la vuole: chiede a Google se sei tu, Google risponde di sì, il sito ti fa entrare senza aver mai visto niente di segreto. La sigla è OAuth, e se non l’hai mai sentita nominare non cambia nulla, perché l’hai usata centinaia di volte.
E qui arriva la regola che tiene in piedi il resto: un tesserino apre una porta sola.
Il tesserino emesso per la Biblioteca non apre l’hub. Non è che apra l’hub con meno permessi, o solo in lettura. Non lo apre. Se qualcuno me lo rubasse, si troverebbe in mano l’accesso a una stanza e nient’altro, e questo è il punto per cui vale la pena spostare i muri.
Ho scoperto rileggendo la specifica che quella regola non è una mia fissazione.
Il documento ufficiale dice che un server deve verificare che il tesserino sia stato emesso proprio per lui, e che non deve accettare né far passare tesserini di altri (Authorization, specifica MCP 2026-07-28). Sta scritto con la parola MUST, che nei documenti tecnici vuol dire obbligatorio e non consigliato.
L’avevo implementata perché mi sembrava sensata. Era anche dovuta.
Dodici prove, dodici esiti attesi
Qui viene la parte che di solito nessuno racconta, e che invece è l’unica che distingue un muro vero da un muro disegnato sul pavimento.
Sei prove per servizio, dodici in tutto. Le stesse sei, ripetute identiche sulla Biblioteca e sull’hub.
Tesserino giusto: entra.
Tesserino vecchio, di quelli emessi prima della riforma: entra.
Tesserino emesso per un altro servizio: respinto.
Tesserino scaduto: respinto.
Tesserino valido ma senza il permesso specifico per quell’operazione: respinto.
Nessun tesserino: respinto.
Dodici su dodici hanno dato l’esito atteso, e la seconda prova vale quanto le altre cinque messe insieme, perché è quella che dice che nessuno resta chiuso fuori per colpa della migrazione. Una casa che apre solo a chi ha ritirato il tesserino dopo l’ultima riunione di condominio si chiama trasloco fatto male.
Ma la prova che dimostra davvero qualcosa è la terza.
Le altre cinque verificano che la serratura si chiuda. La terza verifica che i muri esistano: prendi una chiave legittima, valida, non scaduta, emessa oggi per un altro servizio, e la infili nella porta sbagliata. Se quella porta si apre, tutta l’architettura è teatro. Se resta chiusa, allora la separazione che hai in mente esiste anche nella realtà.
Respinto. Su entrambi i servizi.
C’è una domanda che ad una portineria centralizzata devi fare per forza, ed è la stessa che faresti a un guardiano vero: se sei malato, cosa succede?
La risposta poteva essere una delle due, e la differenza fra le due è tutta la differenza fra un sistema sicuro e uno che sembra sicuro. Se il portiere non risponde, il servizio può decidere di lasciar passare tutti per non bloccare il lavoro, oppure di non far passare nessuno.
I miei negano.
Un guasto di rete chiude la porta, non la lascia aperta. La conseguenza pratica è che se il servizio di autorizzazione va giù, io resto fuori dai miei stessi servizi finché non lo rialzo. La conseguenza pratica dell’altra scelta sarebbe che se il servizio di autorizzazione va giù, chiunque entra.
Fra restare io fuori dieci minuti e lasciare aperto a tutti per dieci minuti, non c’è discussione.
Poi è toccato all’hub
La Biblioteca è passata alla portineria per prima. L’hub dopo.
L’ordine non era un dettaglio organizzativo, ed è la cosa che più mi ha insegnato qualcosa in tutta la giornata.
Claude Code, sul mio Mac, si collegava all’hub proprio per la via OAuth.
Aveva in mano un tesserino che credeva di dover rinnovare ogni ora, e per rinnovarlo bussava allo sportello dell’hub stesso: l’hub era insieme la stanza e il portiere di quella stanza.
Se avessi spento lo sportello per primo, sarebbe successa una cosa antipatica in un modo particolare. Non un errore leggibile, non un messaggio che dice “guarda che hai spento il portiere”.
L’hub sarebbe semplicemente sparito dal mio Mac, e io avrei passato un’ora a cercare un guasto in un posto dove non c’era.
E me ne sono accorto chiedendo un’analisi a Claude e a diversi agenti, perchè ho imparato (con tanti errori) che oggi vale la pena fare simulazioni prima creare la soluzione finale, ci si mette un po’ di più, ma ne vale sempre la pena.
Quindi: prima spostare il client sul portiere nuovo, poi spegnere lo sportello vecchio. Mai il contrario. Se un giorno ti trovi a fare la stessa cosa, questa frase vale il tempo di lettura dell’articolo intero.
Gli sportelli vecchi dell’hub adesso rispondono 410.
Nei codici del web il 410 vuol dire “questa cosa qui l’abbiamo tolta di proposito”, che è diverso dal 404, il quale dice “non esiste e non so nemmeno di cosa parli”.
Nella risposta ci ho messo dentro l’indirizzo nuovo, così chi bussa alla porta murata trova scritto sul muro dove si è spostata la portineria. Costa due righe di codice e risparmia un’ora di indagine a chiunque, me compreso fra sei mesi.
La cosa storta che ho trovato per strada
Non stavo cercandola.
La vecchia chiave dell’hub viaggiava dentro l’indirizzo web, nella parte dopo il punto interrogativo, quella che vedi nella barra del browser quando compare roba tipo ?cerca=scarpe. E ogni server tiene un registro degli indirizzi che gli vengono chiesti. Sempre, di default, perché è l’unico modo di ricostruire cosa è successo quando qualcosa si rompe alle tre di notte.
Quindi la mia chiave finiva scritta in chiaro dentro quel registro. A ogni chiamata. Da mesi.
Non l’aveva vista nessuno per il motivo più banale che esista: funzionava.
Nessun errore, nessuna lentezza, nessun avviso, nessun motivo al mondo per andare a guardare proprio lì. È il difetto che ha la forma esatta della normalità, e l’ho beccato solo perché stavo riscrivendo quel pezzo di codice per una ragione che con la sicurezza non c’entrava niente.
Adesso la chiave viaggia in un’intestazione, che è la parte della richiesta che il server usa ma non scrive nel registro. Sul retro di una cartolina o dentro una busta chiusa: il postino la porta uguale, solo che nel primo caso la legge chiunque la maneggi. La Biblioteca è nata dopo la portineria e il problema non l’ha mai avuto, perché il connettore di Claude.ai passa da OAuth.
Non me lo sono inventato io.
Le buone pratiche di sicurezza OAuth pubblicate dalla IETF nel gennaio 2025 dicono di non mettere mai le credenziali negli indirizzi (e io c’ero cascato come un pollo), proprio perché finiscono nella cronologia, nei proxy e nei registri.
La specifica MCP del 28 luglio lo ripete con la stessa parola obbligatoria di prima, insieme all’altra regola che mi riguarda, il tesserino che vale per un servizio solo. Sono esattamente le due cose che avevo appena fatto di mia iniziativa.
Il resto di quella versione non mi obbligava a niente, del resto. La roba vecchia funzionava, il traffico passava, gli agenti lavoravano. Quello che è cambiato è che avevo un motivo scritto da qualcun altro per fare una cosa che rimandavo da mesi, e a volte è tutto quello che serve.
Le falle che si scoprono sono quelle che rompono qualcosa. Questa faceva il suo lavoro benissimo, ogni giorno, mettendo la mia chiave per iscritto nel primo file che avrei aperto in caso di guasto.
Perché proprio la Biblioteca, e non le foto
Di tutti i reparti che lavorano in casa mia, due su tre trattano roba che potrei rifare.
Se domani perdo l’accesso agli strumenti fotografici, ricomincio: i modelli per le immagini li hanno tutti, i preset li riscrivo in un pomeriggio, le foto sorgenti sono sui miei dischi. Se perdo l’accesso ai social, mi arrabbio e riconfiguro. Roba noiosa, non roba tragica.
La Biblioteca no.
I modelli li abbiamo tutti uguali, tu e io e chiunque abbia venti euro al mese da spendere. La differenza fra quello che esce dal mio e quello che esce dal tuo sta tutta in cosa gli mettiamo sotto le mani. Ne ho parlato quando ho spiegato perché i tuoi file non finiscono nel training, e vale ancora: la conoscenza è tua, il modello è di tutti.
Se quella è l’unica differenza che resta, non può stare dietro la stessa porta da cui passano le foto e i post di Instagram.
C’è anche un motivo meno nobile e più concreto, e riguarda quanti sono.
Con 61 agenti che lavorano, la Biblioteca è l’unica cosa che tutti quanti toccano: il Giornale ci cerca dentro prima di scrivere, la Fotografia ci tiene i preset che hanno funzionato, il Tipografo, arrivato il 1 agosto, ci va a prendere le regole di impaginazione. Una stanza che tutti attraversano è il posto dove un errore si moltiplica per sessantuno prima che tu te ne accorga.
Tutta questa storia, del resto, è cominciata da un messaggio.
A Fabio, un amico, hanno chiuso l’account senza preavviso e senza spiegazioni, e con l’account se n’erano andate conversazioni, materiali e progetti. Ne ho scritto allora, quando è successo.
Da quel messaggio è rinata la consapevolezza che appoggiare tutto il proprio lavoro su un posto solo è fragile anche quando quel posto funziona benissimo, e nei mesi dopo quella consapevolezza si è allargata parecchio. La domanda non si ferma a quale fornitore usi.
Arriva fino a come è fatta la casa dietro il fornitore, e vale anche quando la casa è tua. Anzi, soprattutto quando è tua, perché quella nessuno la ispeziona al posto tuo.
Su questo ho già scritto quando è saltata per aria un’app da 285 miliardi in 48 ore: costruirsi gli attrezzi invece di comprarli non ti mette al riparo da niente, se poi gli attrezzi che ti sei costruito stanno tutti nella stessa scatola senza serratura.
Il 2 agosto non ho aggiunto un solo strumento. Non ho comprato niente, non ho reso il sistema capace di fare una cosa che ieri non faceva. Ho spostato dei muri, e alla fine della giornata ho potuto dare a Claude.ai la chiave della stanza dove tengo la testa, sapendo che quella chiave non apre nient’altro.
Adesso, quando qualcuno mi chiede accesso alla Biblioteca, posso dire di sì senza pensarci. Beh magari un po’ ci penso se dargli l’accesso alla mia biblioteca
Tre cose da portare a casa
Lancia
/doctor, o l’equivalente del tuo strumento, e leggi il referto fino in fondo. Non cerca falle, ti mostra l’attrezzatura, e l’attrezzatura è dove le falle si nascondono.Guarda una cosa sola, oggi: la tua conoscenza personale sta dietro la stessa credenziale delle altre cose? Se sì, hai un lavoro da fare, e comincia dal separare l’indirizzo.
Quando sposti un pezzo, sposta prima chi lo usa e spegni dopo. Il contrario ti costa un’ora di indagine su un guasto che ti sei fatto da solo.
E se stasera trovi anche tu una chiave scritta in chiaro da qualche parte, non ti sentire scemo. È rimasta lì proprio perché funzionava.
L.
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Fonti
Boris Cherny, “New in Claude Code: /checkup”, X, 8 luglio 2026. I sette interventi che il comando propone, e la conferma richiesta all’utente prima di ogni modifica.
Commands, documentazione Claude Code.
/doctorcome check-up completo che diagnostica e corregge, con alias/checkup, dalla versione 2.1.205 dell’8 luglio 2026.Andrej Karpathy, llm-wiki, GitHub Gist, 4 aprile 2026. Il pattern del wiki personale compilato da un modello, contrapposto al recupero a ogni domanda.
Authorization, specifica MCP versione 2026-07-28. I tesserini non vanno nella parte dell’indirizzo dopo il punto interrogativo; ogni server deve verificare di essere il destinatario previsto e accettare solo tesserini validi per le proprie risorse.
Specification, Model Context Protocol, versione 2026-07-28, 28 luglio 2026. Protocollo senza stato, richieste autonome, negoziazione delle capacità per singola richiesta.
RFC 9700, Best Current Practice for OAuth 2.0 Security, IETF, gennaio 2025. Sconsiglia il passaggio di credenziali negli indirizzi, esposte a cronologia, proxy e registri di sistema.
RFC 8707, Resource Indicators for OAuth 2.0, IETF, febbraio 2020. Il parametro con cui il client dichiara per quale servizio sta chiedendo il tesserino, base tecnica della regola “un tesserino, una porta”.









